Diario di uno spacciatore di paranoie

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Ricordi
Sono un vagabondo metropolitano, si sarà capito, ormai, e oggi ho fatto un tour dei ricordi.
Sono uscito dalla fermata di udine già pensieroso, una ragazza coi capelli tinti di biondo e di una esilità impressionante mi è di fianco.
La eleggo mio animale guida; per non perdermi per la città, mi ci vuole qualcosa di fisso da seguire e lei sembra diretta nella mia stessa direzione.
Voglio arrivare al parco Lambro.
Ma la guida, passati pochi isolati tra le strettoie dei locali finti western di via Feltre, scompare; un gruppo di persone mi oscura la vista per un attimo, lei passa dietro ad un edicola e svanisce.
Il palazzo in cui è svanita è lo stesso edificio nei cui scantinati ho fatto il mio primo lavoro, sento nell'aria il calore dei macchinari per affilare i coltelli, per un attimo mi si riaprono le ferite alle dita, mi si ripropone l'umiliazione a cui, per iniziare bene il lavoro, mi sottopose il capo: come mansione mi diede quella più difficile, a me che non avevo toccato mai un macchinario in vita mia - quasi a dire: visto questi ragazzini liceali buoni neanche per fare il brodo - .
Per non sottomettermi a questi ricordi prosieguo lungo la strada assolata, troppo assolata per essere marzo.
Poco avanti vi è l'Esselunga e i ricordi vanno alle varie grigliate, le cui provviste venivano comprate qui, punto di partenza privilegiato della comitiva.
Arrivo al parco Lambro, entro dalla via di cemento che porta alla pista di pattinaggio, ragazzini di ogni età l'affollano, felici e multicolori.
Arrivato alla pista di pattinaggio svolto nella via alla mia destra, grave errore.
Dopo una decina di metri due alberi mi ricordano una fantastica serata passata con una ragazza romana a bere una bottiglia di vino bianco e ad accarezzarci in una notte di agosto; una notte passata poi in casa di un ritrattista, a cenare mentre il sole sorgeva illuminando il tavolino sullo stretto balconcino, e le tre ore di sonno passate accanto a lei, risvegliandoci quando ormai mezza città ci cercava.
Altri venti metri lungo lo stesso viottolo.
Accanto al sentiero un lungo declivio discende fino al fondo della conca, a metà della discesa ci sono due ragazzi distesi, lei fuma una sigaretta e ogni tanto inclina il capo per parlare con il suo cavaliere.
Altro ricordo sale dal fondo dello stomaco, stesso posto, un anno fa o poco meno, una soleggiata giornata di aprile, io e "Lei" eravamo qui nello stesso punto, parlavamo di tutto e di niente, e, quando il sole si nascose tra le case, facendo emanare dall'erba una fresca umidità che si arrampicò lungo la nostra schiena, lei si avvicinò a me, e parlammo vicini vicini alla ricerca di un calore comune. Fu una delle prime volte che capì che per lei provavo qualcosa di intenso, qualcosa mai provato in precedenza.
Mi blocco, non ho più il coraggio di andare avanti lungo quel sentiero.
Ho bisogno di altri tipi di ricordi.
Ritorno su i miei passi fino alla pista di pattinaggio, osservo nel frattempo i ragazzini giocare con lo skateboard.
Alla pista giro a destra, nel frattempo un altro flash.
A metà del pendio, sopra alla pista di pattinaggio, dalla terra spunta un muretto in mattoni. Nella notte dei tempi liceali spesso capitava che ci sedessimo lì io e il mio migliore amico, a guardare la città dall'alto in basso, a vederla scorrere ai nostri piedi, assaporando le birre e parlando di futuri progetti mai realizzati.
Un bivio.
Da una parte una strada ciotolata in salita, dall'altra una stradina stretta tra due alberi e fangosa.
Decido per la strada fangosa.
La strada è punteggiata da sassi che emergono dal guano stimolando, non piacevolmente, le piante dei miei piedi.
Il sentierino si immette in uno più grande, in cui vengo accolto dal canto di alcun uccellini.
Prendo un'altra stradina fangosa, stavolta in salita.
Scendo dall'altra parte della collinetta, mi ritrovo su una strada tutta curve che costeggia una conca, la seguo.
Mi porta al pratone, un prato molto grosso dove gente gioca e si diverte, non solo ragazzi.
Qui in ogni filo d'erba si annida un ricordo piacevole, i primi maggi passati a mangiare e fumare, le partite di calcio, le partite a carte, e ogni buca in quel campo è come il relitto di vecchie amicizie ormai perse con il fluire del tempo.
Mi siedo su un masso ai bordi della conca.
Osservo: la forma della conca e la collina dall'altra parte mi danno l'idea di un lago, e subito spunta un lago nei miei pensieri,il lago di Garda, una delle prime volte che vidi "Lei": in realtà non era ancora arrivata, ed io ero da solo con una coppia di amici che decisero di darsi a pratiche riproduttive.
Oppresso uscii, e mi sedetti in riva al lago e scrissi una poesia:
Lago di Garda
Flusso e riflusso,
onde concentriche
che si spandono
irregolarmente frastagliate.
E in mezzo al lago una boa…
E quelle case arroccate
qua e là alle pendici
di un monte olimpo veneto.
E quell’isolotto vuoto
di case dagli occhi ciechi
disabitato ormai da anni.
E in mezzo al lago una boa…
E quel pontile che attende
vano una barca
che gagliarda arrivi.
E le nuvole che su nell’empireo
riflettono il vago andamento
delle onde inconsapevoli.
E in mezzo al lago una boa…
Flusso e riflusso,
onde concentriche
che si spandono
irregolarmente frastagliate.
Mi sdraio sulla pietra, guardo il cielo sbucare tra l'intrecciarsi di rami, un uccellino spicca in volo un ramo sopra la mia testa e lascia il mio campo visivo, due moscerini, invece, continuano a disegnare arabeschi volteggiando nell'aria ad un palmo dal mio naso.
Lentamente il mio pensiero torna a "Lei", immagini passate incominciano ad afastellarsi nella mia mente, lei a pisa sull'arno mentre un raggio di sole le illumina il viso, lei in casa mia sul mio letto mentre abbracciati guardiamo un film, poi le immagini passate diventano immagini di futuri possibili dove lei mi ama e mi da dolci baci sul collo, poi lei scompare, le immagini si fanno più vorticose, donne che non ho mai visto si presentano, mi parlano, velocemente, e di tutte noto solo le labbra, labbra piccole, minute, labbra enormi, labbra con porri, labbra con herpes o labbra dolci e tutte mi dicono qualcosa.
I miei occhi sono chiusi, vorrei aprirli per sfuggire alle immagini che sfilano una dopo l'altra, colpendomi, ferendomi, riversando in me un futuro che eviterei volentieri, e ogni tanto compare lei come ancora di salvezza, come un angelo a salvarmi da tutto ciò.
Cerco di alzarmi ma anche tutto il corpo è paralizzato, e le immagini continuano a scorrere, compaiono vecchie amiche, ragazze con cui ho avuto rapporti ambigui e che mi rinfacciano certi sbagli del passato e vecchie matrone che difendono le loro figlie.
Le immagini continuano senza tregua, sembra che sia finito in un vortice e non esiste più sopra e sotto, passato e futuro, solo un girare continuo di immagini.
Poi, all'improvviso, come tutto era iniziato finì, riesco ad aprire gli occhi.
Mi guardo intorno trasognato, mi chiedo se ne sono veramente uscito, se è veramente la realtà.
Mi fumo una sigaretta, e rifletto.
Adesso, forse davvero, il vortice di ricordi si è chiuso.
Mi alzo e mi incammino lungo il sentiero.