Chi sono

Blogger: 1testax2
Nome: bedo
Io chi sono?
Sono uno specchio nero,monolito all’ignoranza umana,CHI SONO?
Sono i mille frammenti dello specchio,specchio rotto da un dardo purulento e gemente,sono mille eserciti,un‘isola boscosa che balla in un immenso oceano di lacrime.
CHI SONO?
Il pozzo nero della mia coscienza?
Senza fondo,inesplorabile,ricoperto da melma incartapecorita?
CHI SONO?
Una chiave d’oro persa in un bosco,un carnevale festante,che rumoreggia orrido e attraente per mille vicoli turbandone la consueta immagine quieta.
IO parola sprezzante e spezzata in mille puzzle,io segreto nascosto negli archivi d'entità nascoste.
COS’è IO?


Io sono Ruy Cardoço e sguazzo nella città alla ricerca di storie che possono essere raccontate.
Storie ciniche, storie cattive e storie dolci...tutte le storie e le paranoie che vuoi tu!

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Nick Ancestrale

giovedì, 13 settembre 2007

Lo Yin e lo Yang

200px-Yin_yang.svg
Lo Yin e lo Yang sono due forze contrapposte e complementari della filosofia taoista.

Lo yin rappresenta la notte, il buio, l'inattività, la passività, la morte.

Lo yang rappresenta il giorno, il sole, la voglia di fare,il dinamismo, la vita.

È tutto il giorno che queste due parole, tali a due palline da ping pong(e il nome è piuttosto simile in effetti) rimbalzano nella mia testa.

Stamattina ho sentito prevalere lo yin.

Sarà stato il buio, e il sole che ha fatto solo un cenno di saluto prima di venire risucchiato in una coltre di nubi.

Sarà stato che ero stanco e indolente, che un vago mal di testa picchiava contro le tempie a ricordarmi che rimango un essere umano e quindi prima o poi dovrò dormire.

Sarà stato che ero sconfortato per quel triste addio di lunedì: veloce e furtivo. Quell'addio che mi ha fatto pensare quanto sono stupido, invece di accontentarmi ho voluto di più e così un altra volta l'ho persa.
Mi chiedevo se ci fosse un modo per farmi perdonare...ma lo Yin non perdona e mi sono fatto cullare dal riflusso della malinconia.
La malinconia, per una persona della quale amavo sentire la sua vita scorrere nelle sue mani mentre le stringevo, gesto per me inconsueto, malinconia, di alcuni sguardi e di quel suo mordersi le labbra quando era nervosa e non sapeva cosa rispondere.
Malinconia per averla persa...del tutto e definitivamente, ma i rapporti in equilibrio prima o poi si sa cadono e divengono o yin o yang, per l'appunto.
In questo caso è diventato Yin.

Ma nel pomeriggio all'improvviso sale il sole sul suo trono.

E sento di nuovo lo Yang scorrere dentro di me.
Basta poco a farmi sentire meglio: un prete che mi mostra la sua casa e la sua chiesa e poi mi regala una bottiglia di vino speciale per le messe.
Aiuta anche la dolce profferta di un grappolo di uva, molto zuccherina, da parte di una vecchia perpetua, oppure il gesto di solidarietà di qualche altro lavoratore che calca come me la strada.
Allora sento lo yang, l'attività, il positivismo rifluir nella mia vita, e quel mezzo lavoro che sta uscendo fuori e che potrebbe in qualche modo rendermi felice.

Yin e yang, continuo a sentirli nelle mie orecchie, anche le campane delle chiese che visito sembrano produrre questo suono al posto del consueto din don dan.

Yin e yang li vedo che danzano nella mia vita, un equilibrio delicato, tra tristezza infinita e grandi speranze.

Li vedo e mi sento fragile, è un equilibrio così delicato...e così instabile, passo senza soluzione di continuità dall'uno all'altro in pochi istanti.

Yin e yang, come due persone che girano in tondo senza mai incontrarsi.

E in tutto ciò continua a farmi male la testa.

Yin_yang.svg




postato da: 1testax2 alle ore 20:02 | link | commenti (4)
categorie:
sabato, 04 agosto 2007

Piccole guerre personali

Ieri vado in un pub.

Un pub dalle parti di Lambrate, famoso perché fa la  birra artigianale, e nascosto in una via stretta tra le nebbie e lo smog di Milano.

Entro nella via e incontro dei miei vecchi amici del Liceo, li saluto e poi vado a comprarmi una birra.

Arrivo all'entrata del locale, il buttafuori(un  colosso enorme, con il capellino calcato sugli occhi per nascondere il fatto che alla fine è un buono) non mi permette di entrare.

Insisto un attimino ed esce il padrone del locale.

Chiedo come mai non posso entrare, e mi dice che è perché i miei vecchi amici del liceo se ne devono andare a fumare da un'altra parte.
-Ok, giusto...ma io che c'entro?
-Tu li hai salutati.
-Beh e allora?
-Quindi sei con loro e non puoi entrare!

Mi impianto lì e mi incazzo.

Siamo ai tempi del maccartismo?
Oppure ai tempi dell'inquisizione?
Saluto uno che fuma o che spaccia e fuo anch'io e spaccio anch'io?

Mi sale una rabbia calma.
No penso sia giusto, fare così, fare di tutta un erba un fascio.
Cioè capisco se mi vedi tutto il giorno lì, se ogni volta che ci sono, sono con loro che fumano, ma così perchè li ho salutati...beh mi pare un comportamento da caccia alle streghe.

Mi impunto.

Mi fermo lì davanti alla porta e aspetto.

Tengo gli occhi fissi sugli occhi del padrone del locale.
Ormai è diventata una guerra di sguardi.
Lui continua a evitare i miei.

Resto così, ogni tanto lui mi dice qualcosa sul fatto che lui è ingiusto ma gli altri sono ingiusti con lui.

Io non me ne vado lo fisso e dico qualcosa anche io.

Cito anche kafka. e che sto lì che aspetto, come l'uomo davanti alla legge...alla fine mi fa entrare...

É che non sopporto questa tecnica da colpirne uno per educarne 100, non sopporto che solo in virtù di un saluto mi si tolga la libertà, non sopporto che un saluto porti l'aura del sospetto.

E comunque all'interno incontro u mio amico.

- Come hai fato a superarli?
- Sul piano culturale!
postato da: 1testax2 alle ore 14:32 | link | commenti (6)
categorie: nottate, milano grande città
martedì, 17 luglio 2007

Sogni apocalittici
Stanotte ho fatto un sogno apocalittico in grande stile.
E come tutte le mie storie (e tutti i miei sogni) non può essere semplice...

Inizia con una bolla di lava che vaga nello spazio.

Qualcuno avverte la mia famiglia che sta arrivando e che distruggerà tutte le grandi città.

Per un po' lo sgomento e l'incredulità vagano sulle facce dei miei conoscenti mentre la notizia brulica d'orecchio in orecchio.

Lentamente si vede la gente per le strade che incomincia a crederci, la paura incomincia a dipingersi sui volti delle persone: un senso di vaga impotenza e rassegnazione si impadronisce lentamente dei miei genitori e dei miei amici.

La notizia viene data anche dai telegiornali ma non viene data spiegazione, si sa solo che arriverà e distruggerà tutte le città, e forse, nella peggiore delle ipotesi il mondo intero.

Qualcuno parla di nemici spaziali che ci vogliono distruggere, altri parla di un pianeta o di una stella esplosa. Io vedo o, forse, m'immagino una bolla(proprio come una bolla di sapone piena di lava) che si avvicina lenta e inesorabile verso la terra.

Anche se ne parla pure il telegiornale siamo comunque pochi a saperlo.

La mia famiglia, dato che si vocifera che verranno distrutte sopratutto le grandi città, decide di trasferirsi nella nostra casa sulle appendici dei monti modenesi, nella vaga speranza di evitare la morte.

Partono le telefonate a parenti e amici, scongiurandoli di lasciare la città, e le risposte sono di gente incredula che non crede che avverrà nulla, oppure una zia che non vuole lasciare la casa, perché lì ha tutti i suoi averi e la sua vita.

Noi scappiamo, io e tutta la mia famiglia.

Arriviamo in montagna alla sera, la luna è rossa e illumina tutta la valle.

Durante la notte dovrebbe verificarsi l'impatto.

Parte l'attesa, siamo tutti in cucina, stretti l'uno agli altri. La luce è accesa, girano biscotti, e la gente mangiucchia nervosamente.
I nervi sono tesi, tutti ci guardiamo negli occhi con il timore che questo sia l'ultima volta che lo si possa fare.

Una piccola scossa di terremoto, la luce tremola per un attimo e noi pensiamo che sia successo...

Iniziano discorsi, su come sarà la nostra vita adesso, su come sarà difficile vivere in un mondo diverso, discorsi da naufraghi in un mondo diverso dalle loro abitudini.

La mattina usciamo e nulla sembra essere cambiato.

Accendiamo la televisione e questa sembra andare normalmente, il che ci sembra strano, visto il cataclisma.

Anche la radio sembra funzionare regolarmente.

Un altra attesa, quella del telegiornale, in un paese sperduto come quello mio può essere l'unica fonte di informazioni.

Telefoniamo a vari parenti e nessuno sembra sapere niente.

Arriva mezzogiorno, ed ecco il telegiornale.

La speaker, con un sorriso, ci avvisa  che era tutto uno scherzo organizzato da non so chi.

Ci svegliamo come se tutto ciò che fosse successo fosse stato solo un angosciante incubo.

E così mi sveglio anch'io...
postato da: 1testax2 alle ore 12:51 | link | commenti (3)
categorie: sogni, storie, nottate
mercoledì, 27 giugno 2007

I malavoglia

Oggi altro giorno di lavoro, altro strano compagno di viaggio.

Mister P., che sembra uscito dai malavoglia tanto la sfortuna sembra essersi accanita contro di lui.

Mentre la piatta campagna lodigiana scorre sotto il nostro furgone, mentre dai finestrini vedo scorrere campi di granturco e di grano, mentre si affacciano al parabrezza assolati paesini con una chiesa e un bar, mentre fuori il mondo muta con l'abbassarsi ella lancetta del gasolio, P., che è molto ciarliero mi snocciola un breviario della sua vita.

L'elenco delle sventure inizia con il dirmi appena salito in macchina, che pochi anni fa ha investito un tizio.

Mi stringo alla maniglia della portiera.

Prosegue con un elenco di furgoni distrutti che non gli hanno mai permesso di mettere via i soldi.

Mi stringo ancora più forte alla maniglia.

Continua con l'elenco dei lavori cambiati: carrozziere, distributore, in una azienda ceh era buona ma ha lasciato il posto per un  altra che sembrava buona ma invece era pessima, in un altra azienda che quando lo dovevano assumere è fallita, questa cooperativa che alla fine è fallita.

Ma l'elenco non è finito...la solitudine di un matrimonio finito male, e il riprendere la vita da single avendo pochi soldi.

E mi viene da pensare che la vita di chi distribuisce deve essere una vita solitaria.

Mi viene in mente colui con cui ho lavorato la settimana scorsa, single da 5 anni a questa parte, a quello con cui ho lavorato la settimana prima, che non ha figli, e che ha una compagna solo ora, a 60 anni.

Deve essere un lavoro che esalta l'anarchia del lavoratore, senza campi, sempre all'aria aperta, ma che è così anarchico da togliere anche la possibilità di un legame stabile..tranne quando è troppo tardi.

E la mia domanda, vista la mia innata anarchia, è voglio finire così?

Cambiare lavoro ogni due anni, senza famiglia, senza nulla? O forse è meglio che mi dia da fare? Costruire qualcosa pian piano, come i costruisce una casa di mattoni?

Questa è la parte negativa, ma poi sono riuscito a vedere del positivo anche in quello che mi ha raccontato P.: alla fine lui non si è mai arreso ha cercato sempre qualcosa di meglio, il suo è stato un viaggio durato vent'anni...e forse solo la sfiga si è interposta tra lui e quello che desiderava...

Ma forse questo è solo un modo per consolarmi.
mercoledì, 20 giugno 2007

Ruy Cardoço in missione per conto di dio

Ore 4.30: suona per la prima volta la sveglia.

Ore 4.31: Ruy la spegne.

Ore 4.35: suona per la seconda volta la sveglia.

Ore 4.45: Ruy sta bevendo il contenuto amaro di una caffettiera da tre nell'inane tentativo di svegliarsi.

Ore 5.15: Ruy lascia il proprio appartamento per recarsi in direzione del suo primo giorno di lavoro.

Ore 5.45: dopo essersi perso un paio di volte per  il ridente paese di Gaggiano( Ruy si domanda che mai avrà da ridere Gaggiano) arriva nel luogo dell'appuntamento.

Ore 6.30: arriva il tizio con cui Ruy aveva appuntamento; a Ruy girano le palle quanto un motore a reazione: poteva dormire una gustosa ora in più.

Il primo contatto con colui che lo dovrà portare in giro per tutto il giorno non è stato dei migliori, e sopratutto non lo è il suo furgone:
lato destro tutto ammaccato, una vistosa ammaccatura anche sul cofano, il parabrezza crepato.
La prima cosa che dice il tizio, dopo essersi presentato come M.,  - è non appoggiarti lì che se si chiudono le portiere poi il portellone dietro non so più come aprirlo. -

"Iniziamo bene!" pensa Ruy.

Il sunnominato M. appare come una persona dall'età indefinita, che ha i denti marci, sputa più di un lama, continua a grattarsi, parla tanto(ma questo forse è meglio, ruy ha tanta voglia di chiacchierare che potrebbe riempirci al massimo un bicchierino da amaro).

Ore 6.45: il camioncino lascia il magazzino.
E qui Ruy incomincia a preoccuparsi sul serio, guida nel modo che lui odia, nessuna distanza di sicurezza, scarti improvvisi, e spesso legge anche il giornale non curante del traffico.
Ruy non conosce preghiere, però prova ad inventarne un paio.

Ore 7.30: le prime consegne incominciano a fioccare una dietro l'altra, Milano, nel frattempo, incomincia a scorrere veloce nella sua iperattività.

Ore 8.15: primo errore di consegna...e prime imprecazioni dirette al principale del nostro lavoro.

Ore 10.30: viale Padova con i suoi mille colori e le sue mille razze.

Ruy incomincia ad uscire dal suo guscio e a vantare la sua millimetrica conoscenza di Milano, millantando amici, amori, case, biblioteche, osterie di sua conoscenza.


Ore 12.15: Davanti alla chiesa di corso Garibaldi Ruy vede una strana coppia di mendicanti.
Lui vestito come un clown dallo sgargiante vestito a quadrettoni fucsia e bianchi, e con un cappello sempre a quadrettoni ma, stavolta, bianchi e neri,un pizzetto trasandato. Lei vestita sobriaqmente in jeans e maglietta a maniche lunghe di color blu.
Ruy ne rimane affascinato.

Ore 13.00: sosta in una trattoria nella profonda brianza a corroborarsi.

Il cibo parla per entrambi: si mettono a divorare i piatti scambiando solo poche frasi.
Ruy si mette, come suo solito, ad osservare gli avventori del locale.
Saranno si e no una decina, sparsi ai 4 cantoni.
Sono quasi tutti operai nelle industrie tessili dei dintorni e di cui la ricca brianza pullula.
(la cosidetta fabricheeetta)
Ruy è attratto sopratutto da un uomo seduto alla sua sinistra.
Ha dei baffoni stile cowboy americano, quelli grossi e folti che scendono a spiovente sulle guancie, avete presente?
É un vulcano di amenità, e intrattiene il suo compagno di tavolo con gli argomenti più disparati.
Più parla, più beve, più diventa roso in faccia.
Arriva a parlare della Puglia, paese che ha dato i celebri Natali a sua moglie.
Ruy rimane colpito dalla frase:
 - se vai in puglia non vedi neanche una fabbrica lungo la strada! -
Rimane colpito d questa affermazione, perchè per uno che è abituato a vedere fabbriche e capannoni ad ogni piè sospinto ne nota subita la mancanza, ma come fatto strano, insolito, misterioso.
E poi si mette a parlare di quello che per lui è un paradiso terrestre.
Cosa che poca collima con l'immagine che ha Ruy nei suoi ricordi, una Puglia caotica, sporca disordinata.

Ore 13.30: ripartono le consegne per la sonnecchiosa Brianza.

Pochi kilometri e un mondo del tutto diverso dalla milano che i nostri due eroi hanno appena lasciato.
Un mondo pigro e sonnolento, verde e collinare.
Le strade sono semideserte, una bici ogni tanto, qualche macchina, un paio di trattori.
Puntellato di chiese e di asili colorati dove i bimbi si divertono giocando e schiamazzando a dispetto di qualche suora sorda(che non sente il campanello e non ci apre per la consegna).

Un mondo dove i preti sono fatti con lo stampino: mento quadrato, rugosi, occhiali spessi con montatura metallica, pancietta, il naso rosso da avvinazzati, e un sorrisetto calmo e pacifico sul volto.
Molte case parrocchiali hanno giardini principeschi e ben curati.
Una biblioteca pastorale con pochi libri e con un cesso sul cui muro compare il seguente monito: non bestemmiare, anche qui Dio ti guarda...
Le stradine spesso i inerpicano tra campi di granturco e boschi.
Un mondo immaginabile per Ruy, che poche ore prima,  si divincolava per il traffico milanenses e tra mille pedoni che camminano ognuno con un colore diverso.
Un mondo tranquillo e paciarone.
E Ruy si rilassa, seduto sul suo sedile, mentre vede la calma di un mondo rurale scorrere al di fuori: l'infanzia felice nell'appennino modenese trabocca dai ricordi.

Ore 16.00: ultima consegna e tuffo nel traffico milanese, stress e sudore insomma!

Ore: 17.30: Ruy è a casa.

Ringrazia nostro signore dei passeggeri per aver finito anche questa giornata di lavoro.
postato da: 1testax2 alle ore 21:35 | link | commenti (4)
categorie: storie, lavoro, ufficio stampa, milano grande città
martedì, 12 giugno 2007

Gira la ruota

Tutta gira...
 
Nella mia vita gira tutto, velocemente.

Si era fermato tutto un anno e mezzo fa, niente girava per il verso giusto, tutto sembrava sporco e grigio.

Ora invece sembra che, dopo mesi in cui la ruota è stata scrostata per bene dalla ruggine accumulata, essa abbia ricominciato a girare.

E velocemente.

Primo giro di ruota: scelgo la A, di amore o meglio in questo caso di amicizia.

Mike Bongiorno mi dice che ce n'è una.

E., di cui sono stato follemente preso per un anno e mezzo è ormai parte del "passato", per ora riesco a vederla solo come amica, e riesco a dirle quelle cose che non sono mai riuscito a dirle: che è complessata, che deve dar più fiducia alle  persone e che deve parlare di più.

Secondo giro di ruota, scelgo la V, come viaggi.

É un anno che continuo a viaggiare ed è bellissimo: ormai mi ha creato dipendenza. Nei prossimi mesi non passerò un week-end a casa! E poi mi sto preparando per un più grande e strabiliante viaggio...un cambiamento di prospettiva per almeno un anno.

Ormai ci ho preso gusto: do per la terza volta uno strattone alla ruota, scelgo la L...come lavoro.

Finalmente mi viene proposto un lavoro decente...cioè poco tempo e abbastanza soldi, ovvero distribuire un settimanale(non chiedetemi quale, non lo rivelerei neanche sotto tortura!) e, anche se pone dei problemi, ho deciso di accettarlo: anche questa è una nuova avventura!

Non riesco a smettere di giocare: faccio un quarto giro.
Scelgo la F di fragole e farfalle.

Ho provato le farfalle nello stomaco ma mi sa che se ne stanno già volando via, scacciate da quella parola che è "amico", ma fragole perchè comunque le ho assaporate, per quanto possibile, e comunque mi piace rimanere appeso al burrone.

Quinto giro di ruota: forse l'ultimo!
Scelgo la E di "ex e affini".

Nell'ultimo mese ho incontrato per caso alcuni personaggi che sono passati come meteore(ma non tutte) e tutte avevano grandi rivelazioni:
-S. incontrata per caso ad un concerto.
Avevamo avuto un rapportino una sera di cinque anni fa e non la rivedevo da un paio di anni. La reincontro e scopro che è incinta! quando me lo mostra si verificano una serie di reazioni fisiologiche: la bocca si spalanca, gli occhi si sgranano, la saliva si azzera creando una improvvisa voglia di sigaretta e io rimango in stato confusionale per un paio di minuti...
-In metropolitana un mese fa incontro una ragazza che mi andava dietro follemente all'epoca del liceo(con tanto di lettera d'amore infilata nella tasca del mio impermiabile di pelle), la incontro per caso ad una fermata del metro, mi ci siedo vicino quasi per caso, la squadro per un buon dieci minuti dicendomi: è lei o non è lei. Alla fine le dico: ciao! Un po' restia mi rivolge la parola e scopro che è passata dall'altra sponda.
-last but not least, domenica vado a teatro con C. e parlando di come va fa: ho una semistoria con un mio amico di Roma, ma sinceramente non sono sicura se questa sia una storia o una amicizia. Dentro di me qualcosa dice: "cavolo si invertono le città ma la storia è la stessa!!!!
Tutto questo mi fa pensare che tutte le storie e le sottotrame di Milano che mi riguardano stanno scomparendo e finendo. forse, allora, è davvero l'ora di lasciare veramente questa città!

Ultimo giro di ruota: senza neanche guardare dico la N, che sta per "nostalgia per gli amici lontani".

Mi mancate brutti stronzi!(Detto con affetto!)
Però mi date anche la forza di scommettere sull'avventura dell'anno prossimo...forza che presto saremo una compagnia europea.

Beh il gioco è finito...rimane solo una domanda...

HO VINTO QUALCOSA?


giovedì, 03 maggio 2007

Ci sono storie che vengono scritte nello spazio bianco tra due frasi.
Ci sono musiche si trovano tra due tasti di un pianoforte.
Ci sono azioni che si perdono tra due pensieri...

Io sono in una di queste frasi bianche...perchè ci son momenti che non possono essere raccontati, vanno vissuti...

Presto tornerò.

Sì è chiusa una porta...

E adesso sono su un uscio...vi farò sapere...

So long!
postato da: 1testax2 alle ore 16:11 | link | commenti (4)
categorie: specchi, ufficio stampa
mercoledì, 04 aprile 2007

Dei tupperware e di altre storie impossibili.

I tupperware sono dei recipienti di plastica per alimenti, rettangolari o tondi, hanno un tappo di gomma che li chiude impedendo agli alimenti in essi contenuti di fuggire.
Tutti hanno in casa un tupperware, e chi ce l'ha sa che essi sottostanno ad una regola universale: fu scoperta da Newton ben prima della legge di gravitazione universale (e su questa scoperta riguardo i tupperware Newton avrà sempre il cruccio di non essere riuscito a spiegarla: pare si ritirò dicendo che ci sono misteri nell'universo che è meglio non indagare).
Comunque la legge è che se hai cinque tupperware a casa, di tre avrai perso il coperchio, gli altri due saranno troppo piccoli per contenere il cibo che vuoi trasportare.
C'è una storia però che circola sui tupperware, una storia che inizia a Dresda, dove i tedeschi, molto più intelligentemente di noi, durante il mercato fanno un bancarella per scambiarsi i coperchi e i recipienti in modo di averceli appaiati.
E fu grazie a questa bancarella che Swan e Ludmilla si conobbero.
Andarono ad una bancarella a scambiarsi i tupperware, e scoprirono di avere l'uno il pezzo che mancava all'altro, scoprirono che una era il recipiente e l'altro il coperchio.
Quindi in una sola giornata si scambiarono i tupperware, parlarono un paio di ore lungo l'Elba, e si scambiarono qualcos'altro di cui la censura religiosa ci impedisce di parlare.
Così nacque un amore fatto di lunghe passeggiate e di pic-nic con i loro tupperware finalmente completi che tenevano sempre pronti per i loro cibi.
Ma si sa, le cose non durano mai a lungo. Ludmilla, un giorno andò sull'Elba a riflettere da sola, e vide,  seduto su un masso un bellissimo ragazzo,
pensieroso.
Era alto, magro, capelli biondi fluenti, e teneva in mano uno splendido tupperware, dal tappo in plastica con una valvola che aspirava l'aria per tenere gli alimenti sotto vuoto, e tre scomparti per poter portare sia il primo che il secondo e se si voleva anche il dolce.
Se ne invaghì immediatamente.
Lui, che si chiamava Ulrich, ed era il figlio del maggior produttore tedesco di tupperware, la notò subito e le offrì parte del suo cibo da quel suo sfavillante tupperware.
Galeotto fu il tupperware.
Ma ad Ulrich lei non interessava minimamente, e dopo aver usufruito di lei come si fa di un tupperware in carta stagnola, un tupperware di quelli usa e getta, la abbandonò. Lei cercò, invece, di conquistarlo in ogni modo.
Quando Ludmilla si arrese, tornò a casa miseramente da Swan.
Swan era già a casa. Appena arrivato aveva aperto il frigorifero spinto dai morsi della fame: vide che il suo tupperware non aveva più il coperchio e capì.
Capì di non essere più il recipiente ma la carne di cervo che esso conteneva.
Quando Ludmilla arrivò a casa, Swan la affrontò; dopo ore lei ammise il suo errore, e se ne andò capendo di aver perso entrambi.
Morale della storia, il diavolo fa i tupperware ma non i coperchi.

Una volta c'era il continente perduto di Mou.
Era un continente creato su una caramella Mou.
Era un continente in cui la terra era soffice, gli alberi producevano aspartame, nei fiumi scorreva latte pastorizzato e tutti vivevano felici.
Ma la società degenerò e con il degenero della società la caramella a contatto con l'acqua si incominciò a sciogliere finchè alla fine si sciolse del tutto e il continente di Mou divenne il continente di sciolto di Mou.
Però fu una morte "dolce".





postato da: 1testax2 alle ore 01:18 | link | commenti (4)
categorie: storie, favoletta
giovedì, 29 marzo 2007

Vacanze romane
Sono stato a Roma.

4 giorni, ne troppo, ne troppo poco, giusto il tempo di vedere qualche persona, girare per qualche via, vivere un po' lontano.

4 giorni giusto uno di più di quanto ci mette l'ospite a puzzare( e credo che derivi dal fatto che l'ospite sia una specie restia a lavarsi a casa di sconosciuti).

4 giorni stupendi, passai con una dolce ospite, con cui parlar la notte prima di addormentarsi.

Passati a girare per vie sconosciute e avere l'emozione di non sapere dove stai andando e scoprirlo lentamente, iniziare a orientarsi.

Passati a pranzi luculliani alle 4 di pomeriggio, e a paste furtive alle 3 di notte.

Passati a bere vino e parlare, e a volte in silenzio ad osservare persone muoversi per la stanza.

Passati a camminare a piedi per vie grandi e monumentali, ad osservare muri antichi e a sbagliare portoni.

Passati con una bella ragazza che sa ricordare i numeri, e che prima di andare ha portato le paste per la colazione di chi rimaneva a dormire.

Passati ad ascoltare le recensioni in romanesco, a vedere corti a volte belli a volte beh lasciamo perdere.

Passati a non pensare a lei, e anche adesso che sono tornato continuo a non pensarci, se non con una sorta di distacco(che sia guarito?).

Passati in treno, a volte in compagnia, una vecchia amica incontrata alla stazione centrale di Milano, una ragazza di Agrigento incontrata per caso su un treno; a volte da solo leggendo libri che ti assorbono fino a dimenticare il resto.

Beh da tutto questo ho capito una cosa: che ciò che mi tiene in vita è il senso di avventura, e quello che mi piaceva del vecchio lavoro, era il fatto che ogni giorno era una sfida, ciò che mi piace del viaggio è il fatto che non so cosa mi aspetta da quando salgo su un treno fino a quando scendo per tornare alla grigia normalità.

Ecco forse è ora di iniziare una nuova avventura, cercare qualcosa che sia avventuroso anche nella normalità di ogni giorno, e che mi porti lontano da qui.

Comunque ringrazio chi mi accompagnato nella avventura che ho appena fatto, grazie a voi è stata una gran bella avventura.




postato da: 1testax2 alle ore 00:55 | link | commenti (5)
categorie: ricordi, specchi, nottate, ufficio stampa
giovedì, 15 marzo 2007

Ricordi

Sono un vagabondo metropolitano, si sarà capito, ormai, e oggi ho fatto un tour dei ricordi.

Sono uscito dalla fermata di udine già pensieroso, una ragazza coi capelli tinti di biondo e di una esilità impressionante mi è di fianco.

La eleggo mio animale guida; per non perdermi per la città, mi ci vuole qualcosa di fisso da seguire e lei sembra diretta nella mia stessa direzione.

Voglio arrivare al parco Lambro.

Ma la guida, passati pochi isolati tra le strettoie dei locali finti western di via Feltre, scompare; un gruppo di persone  mi oscura  la vista per un attimo, lei passa dietro ad un edicola e svanisce.

Il palazzo in cui è svanita è lo stesso edificio nei cui scantinati ho fatto il mio primo lavoro, sento nell'aria il calore dei macchinari per affilare i coltelli, per un attimo mi si riaprono le ferite alle dita, mi si ripropone l'umiliazione a cui, per iniziare bene il lavoro, mi sottopose il capo: come mansione mi diede quella più difficile, a me che non avevo toccato mai un macchinario in vita mia - quasi a dire: visto questi ragazzini liceali buoni neanche per fare il brodo - .

Per non sottomettermi a questi ricordi prosieguo lungo la strada assolata, troppo assolata per essere marzo.

Poco avanti vi è l'Esselunga e i ricordi vanno alle varie grigliate, le cui provviste venivano comprate qui, punto di partenza privilegiato della comitiva.

Arrivo al parco Lambro, entro dalla via di cemento che porta alla pista di pattinaggio, ragazzini di ogni età l'affollano, felici e multicolori.

Arrivato alla pista di pattinaggio svolto nella via alla mia destra, grave errore.

Dopo una decina di metri due alberi mi ricordano una fantastica serata passata con una ragazza romana a bere una bottiglia di vino bianco e ad accarezzarci in una notte di agosto; una notte passata poi in casa di un ritrattista, a cenare mentre il sole sorgeva illuminando il tavolino sullo stretto balconcino, e le tre ore di sonno passate accanto a lei, risvegliandoci quando ormai mezza città ci cercava.

Altri venti metri lungo lo stesso viottolo.

Accanto al sentiero un lungo declivio discende fino al fondo della conca, a metà della discesa ci sono due ragazzi distesi, lei fuma una sigaretta e ogni tanto inclina  il capo per parlare con il suo cavaliere.

Altro ricordo sale dal fondo dello stomaco, stesso posto, un anno fa o poco meno, una soleggiata giornata di aprile, io e "Lei" eravamo qui nello stesso punto, parlavamo di tutto e di niente, e, quando il sole si nascose tra le case, facendo emanare dall'erba una fresca umidità che si arrampicò lungo la nostra schiena, lei si avvicinò a me, e parlammo vicini vicini alla ricerca di un calore comune. Fu una delle prime volte che capì che per lei provavo qualcosa di intenso, qualcosa mai provato in precedenza.

Mi blocco, non ho più il coraggio di andare avanti lungo quel sentiero.

Ho bisogno di altri tipi di ricordi.

Ritorno su i miei passi fino alla pista di pattinaggio, osservo nel frattempo i ragazzini giocare con lo skateboard.

Alla pista giro a destra, nel frattempo un altro flash.

A metà del pendio, sopra alla pista di pattinaggio, dalla terra spunta un muretto in mattoni. Nella notte dei tempi liceali spesso capitava che ci sedessimo lì io e il mio migliore amico, a guardare la città dall'alto in basso, a vederla scorrere ai nostri piedi, assaporando le birre e parlando di futuri progetti mai realizzati.

Un bivio.

Da una parte una strada ciotolata in salita, dall'altra una stradina stretta tra due alberi e fangosa.

Decido per la strada fangosa.

La strada è punteggiata da sassi che emergono dal guano stimolando, non piacevolmente, le piante dei miei piedi.

Il sentierino si immette in uno più grande, in cui vengo accolto dal canto di alcun uccellini.

Prendo un'altra stradina fangosa, stavolta in salita.
Scendo dall'altra parte della collinetta, mi ritrovo su una strada tutta curve che costeggia una conca, la seguo.

Mi porta al pratone, un prato molto grosso dove gente gioca e si diverte, non solo ragazzi.

Qui in ogni filo d'erba si annida un ricordo piacevole, i primi maggi passati a mangiare e fumare, le partite di calcio, le partite a carte, e ogni buca in quel campo è come il relitto di vecchie amicizie ormai perse con il fluire del tempo.

Mi siedo su un masso ai bordi della conca.
Osservo: la forma della conca e la collina dall'altra parte mi danno l'idea di un lago, e subito spunta un lago nei miei pensieri,il lago di Garda,  una delle prime volte che vidi "Lei": in realtà non era ancora arrivata, ed io ero da solo con una coppia di amici che decisero di darsi a pratiche riproduttive.
Oppresso uscii, e mi sedetti in riva al lago e scrissi una poesia:

Lago di Garda



Flusso e riflusso,

onde concentriche

che si spandono

irregolarmente frastagliate.

 

 E in mezzo al lago una boa…

 

E quelle case arroccate

qua e là alle pendici

di un monte olimpo veneto.

 

E quell’isolotto vuoto

di case dagli occhi ciechi

disabitato ormai da anni.

 

E in mezzo al lago una boa…

 

E quel pontile che attende

vano una barca

che gagliarda arrivi.

 

E le nuvole che su nell’empireo

riflettono il vago andamento

delle onde inconsapevoli.

 

E in mezzo al lago una boa…

 

Flusso e riflusso,

onde concentriche

che si spandono

irregolarmente frastagliate.


Mi sdraio sulla pietra, guardo il cielo sbucare tra l'intrecciarsi di rami, un uccellino spicca in volo un ramo sopra la mia testa e lascia il mio campo visivo, due moscerini, invece, continuano a disegnare arabeschi volteggiando  nell'aria ad un palmo dal mio naso.

Lentamente il mio pensiero torna a "Lei", immagini passate incominciano ad afastellarsi nella mia mente, lei a pisa sull'arno mentre un raggio di sole le illumina il viso, lei in casa mia sul mio letto mentre abbracciati guardiamo un film, poi le immagini passate diventano immagini di futuri possibili dove lei mi ama e mi da dolci baci sul collo, poi lei scompare, le immagini si fanno più vorticose, donne che non ho mai visto si presentano, mi parlano, velocemente, e di tutte noto solo le labbra, labbra piccole, minute, labbra enormi, labbra con porri, labbra con herpes o labbra dolci e tutte mi dicono qualcosa.

I miei occhi sono chiusi, vorrei aprirli per sfuggire alle immagini che sfilano una dopo l'altra, colpendomi, ferendomi, riversando in me un futuro che eviterei volentieri, e ogni tanto compare lei come ancora di salvezza, come un angelo a salvarmi da tutto ciò.

Cerco di alzarmi ma anche tutto il corpo è paralizzato, e le immagini continuano a scorrere, compaiono vecchie amiche, ragazze con cui ho avuto rapporti ambigui e che mi rinfacciano certi sbagli del passato e vecchie matrone che difendono le loro figlie.

Le immagini continuano senza tregua, sembra che sia finito in un vortice e non esiste più sopra e sotto, passato e futuro, solo un girare continuo di immagini.

Poi, all'improvviso, come tutto era iniziato finì, riesco ad aprire gli occhi.

Mi guardo intorno trasognato, mi chiedo se ne sono veramente uscito, se è veramente la realtà.

Mi fumo una sigaretta, e rifletto.

Adesso, forse davvero, il vortice di ricordi si è chiuso.

Mi alzo e mi incammino lungo il sentiero.

postato da: 1testax2 alle ore 01:30 | link | commenti (6)
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